Clerici ricorda Savinio

Intervista a Fabrizio Clerici di Luca Coppola  •   1984

Milton Gendel, Luigi Magnani con Margaret, sorella della regina d’Inghilterra, nella Villa dei Capolavori, 1984

Savinio muore negli anni cinquanta, nel 1952; nel 1972 Einaudi ripubblica l’Infanzia di Nivasio Dolcemare, quindi in Italia per quasi vent’anni di Savinio non si è parlato!
No, ti dirò di più, se proprio vuoi essere informato; a distanza di dieci anni dalla morte di Savinio, cioè nel 1963, è comparso su un giornale un articolo, e so anche di chi, un giornalista, il quale era anche un amico di Savinio. L’articolo, invece di essere nostalgico per la perdita di questo grande artista, era una critica negativa. Cioè, a dieci anni di distanza dalla morte io ricordo di essere rimasto molto sorpreso da questa critica negativa che lo metteva ancora di più in una luce scura. E allora, figurati un po’ tu mi dici a vent’anni dalla morte … a vent’anni dalla morte tutto è stato riportato alla luce dall’archeologia di Sciascia, il quale, amando molto lo scrittore, avendo capito il grande peso dello scrittore, e quello che lui aveva dato nel campo della letteratura, della pittura, della musica, il personaggio e tutto il resto, ha cominciato a spingere certi editori, a ristampare le opere, le quali opere, al loro tempo, quando uscirono, non ebbero quella diffusione enorme che certo meritavano. Savinio è stato, in Italia, più di tutto conosciuto grazie a “Omnibus”, a Longanesi, perché lui scriveva settimanalmente su “Omnibus”, e fu lì che ebbe l’incontro con il pubblico, con un certo pubblico, il quale, per quanto colto, era poco al corrente di quello che Savinio aveva fatto in precedenza, innanzitutto perché egli viveva a Parigi, era stato all’estero, e anche letterariamente la sua produzione era mescolata alla pittura, per cui c’erano tante cose che potevano interrompere la conoscenza diretta della sua opera.

Alberto Savinio
Ritratto di Fabrizio Clerici, 1937
Tempera su tavola, 35 x 20 cm

E invece con Sciascia c’è stata proprio la puntualizzazione; tu mi dicevi che è stato Einaudi che ha ripubblicato l’Infanzia di Nivasio Dolcemare nel 1972, cioè dodici anni fa; da dodici anni a questa parte hanno più o meno ripubblicato la maggior parte delle opere. Ecco, qui entra soprattutto l’importanza di Sciascia, a mio parere, perché Sciascia è andato a piluccare, dietro segnalazione anche di altri e sulla base delle sue stesse conoscenze dirette, tutti gli articoli che quest’uomo scrisse durante la vita, una immensa quantità di scritti che erano andati perduti, cioè quegli scritti di cui lui non aveva tenuto neanche delle semplici copie; scritti che egli elaborò per qualsiasi giorna­le o giornalucolo pur di avere anche un minimo compenso, perché era un uomo povero, con figli da mantenere, moglie, madre, tutto un insieme che era solo un tirare a campare … Era un uomo preso dalla mattina alla sera e, a onor del vero, è morto per il troppo lavoro, per un surmenage!

Quando tu l’hai conosciuto come era considerato come pittore? Un pittore vero o un dilettante?
No … No … Non era affatto considerato come un pittore vero; assolutamente no, tanto è vero che io stesso ignoravo questa sua attività, quando lo conobbi. Forse te lo devo aver già detto una volta – lo conobbi nel 1936 una sera: ricordo che arrivai alla birreria Dreher di piazza Santi Apostoli qui a Roma con Libero De Libero, e ci si unì a questa tavolata, dove c’erano Savinio, Maria Savinio e vari altri che io non conoscevo. De Libero mi disse: “È il fratello di De Chirico”. Al che io mi sentii subito attratto verso questa persona perché, dato che De Chirico era già allora per me un mito, non poteva che essere un piacere per me il fatto di incontrarne il fratello, che fu con me gentilissimo e molto disponibile a un incontro successivo. Infatti io gli dissi che mi sarei laureato in architettura e che già, a tempo perso, facevo dei disegni, e lui mi disse: “Perché non mi vieni a trovare” – non ricordo se mi diede subito del tu o no.
E infatti poi andai a trovarlo e rimasi colpito – lo andai a trovare in viale dei Martiri Fascisti, allora così si chiamava la strada che oggi si chiama Bruno Buozzi… il palazzo fu sempre quello, perché poi successivamente abitò al piano terreno, ma allora mi pare abitasse al secondo o al terzo piano – io arrivai e nella stanza dove lui lavorava e in altre stanze vidi dei dipinti che, nella mia ingenuità e anche impreparazione, immaginai fossero di suo fratello. Sai, nel 1936 io non avevo conoscenze così ampie sull’attività di tutti i pittori e della pittura metafisica conoscevo solo i quadri di De Chirico.
Non avendo mai incontrato neanche Savinio e non sapendo che era un pittore rimasi stupito da quei quadri che erano, sì, diversi, ma si apparentavano in qualche modo all’opera dechirichiana, e forse lui stesso si sorprese delle mie perplessità, perché io non mi sapevo tanto esprimere su questa sua pittura.
Invece quello che mi prese subito molto fu, a parte la sua amabilità, la sua intelligenza, il suo modo di vedere le cose e di proportele; era la sua una presenza riposante e “coltivante”: perché in queste conversazioni uno si sentiva coltivare; lui ti tirava fuori dal tuo piccolo mondo, lo apriva, ti dava delle illuminazioni particolari. E questo è stato l’inizio; poi la frequentazione si è fatta più stretta e siamo diventati amici.

Tu una volta mi raccontasti che un ‘immagine lettera­ria di Savinio ti colpì molto, quella del Duomo di Milano visto sotto forma di asparagi.
Sì, fu nel primo numero di “Omnibus”; lui scrisse di Cavallotti e c’era una descrizione di un’alba milanese in cui, nelle brume, il Duomo di Milano sembrava un mazzo di asparagi che uscisse dalle nebbie, e la prima impressione che ebbi, fu proprio di avere a che fare con uno scrittore che ti proponeva un’immagine che tu direttamente non vedevi ma, come in un palinsesto, tolta la vera immagine, te ne appariva una seconda, che era quella sognante, ma che era forse la più vera, la più esatta.
Io rimasi molto colpito da quella descrizione, tanto più se si pensa a che cosa si poteva leggere in quel periodo. Non esisteva all’epoca uno scrittore che si proponesse di far immaginare simili sognanti fantasticherie ai propri lettori. Anche in scrittori brillanti dell’epoca c’erano altri modi di essere acuti e di interpretare qualche particolare situazio­ne visiva. In tutta l’opera di Savinio c’è un senso dell’umori­smo che sostiene qualsiasi situazione, anche le situazioni tragiche; c’è sempre questa finezza, questo intuito nel saper tradurre un’immagine anche dissacrandola; c’è infatti anche un lato dissacratorio in Savinio.

Lui scrisse per te un ‘importantissima prefazione; come nacque? Cioè, lui ti seguì? … Tu gli portasti le tue opere?
No, io allora stavo a Milano; questo avvenne già a quattro anni dal nostro incontro, cioè nel 1940 … io ero già militare da due anni allora, nel 1940 poi mi pare che fossimo già in guerra; adesso non mi ricordo più in che mese siamo entrati in guerra … io non ricordo più in che mese mi misi a fare queste litografie; a Milano c’era Carla Marzoli che aveva, grazie a Raffaele Carrieri e grazie anche alla sua attività di bibliofila, creato una casa editrice, che si chiamava La Chimera, e io che la frequentavo e frequen­tavo De Chirico, che in quel periodo stava a Milano, e Carrieri, incominciai a fare delle litografie; tant’è vero che il primo volume che uscì da La Chimera fu L’Apocalisse, illustrato da De Chirico, e il secondo invece fu Il Bestiario, il mio bestiario, su testi di Leoncillo Leonardi.
Queste litografie io le facevo nei ritagli di tempo che il servizio militare mi concedeva, cioè magari alla una e mezza andavo da Fornasetti e per un’ora stavo lì a disegnare sulle pietre, rimandando poi al giorno successi­vo, per non morire di quella noia tremenda.
Successivamente io feci- ed eravamo già in guerra, c’era­no già i bombardamenti – questa cartella curiosa, in cui ci sono le immagini delle distruzioni; anche qui ci sono delle idee strane di questa Milano che viene bombardata … non so, ad esempio la Palazzina degli Omenoni che viene bombardata e viene ridotta a cumuli di macerie, le distruzioni e anche le rapine, cioè case messe a soqquadro da furti e tutto quello che avviene nei momenti tragici della guerra. Avendo fatto questa serie di tavole, io scrissi a Savinio e lo informai su quanto avevo fatto e, se non erro, gli mandai delle copie, perché lui potesse vedere di cosa si trattasse – e gli chiesi due cose: se fosse disposto a farmi una presentazione di queste litografie e di sapermi dire, in caso positivo, quanto io gli avrei dovuto per questo disturbo. Lui mi scrisse subito un biglietto, che io conservo, in cui mi garantì la presentazione, ma mi pregò di non dargli una pugnalata nella schiena con il pensare che avrei dovuto pagarlo per questo. Nacque così quella pagina che lui scrisse su di me e che è per me uno dei ricordi più cari della vita, perché non è soltanto una pagina ammirativa per l’esordio di un giovane, ma è anche importante per il legame che egli seppe trovare nei nostri rispettivi nomi di una radice che ci accomunava. Questa fu la cosa che mi commosse totalmente, e cioè che egli mi vedesse come un continuatore, anche per il fatto di questo “kleros” che legava De Chirico e Clerici.

Quindi secondo te non si può parlare di un ‘influenza di Savinio su di te?
Ah no … vi fu un’enorme influenza di Savinio su dirne, come uomo … e ti dirò che ho subìto l’influenza di Savinio anche in un certo senso nel segno: non attraverso la sua pittura ma attraverso i disegni.
Non c’è un riferimento saviniano nella serie di litografie per cui scrisse la prefazione, ma in alcuni miei disegni, anche successivi, fatti negli anni 1942-43, c’è un ricordo di una pastosità grafica che è di origine saviniana, che è durato pochissimo, ma c’è. Cioè, io sono stato influenzato da una sua materia; cosa che poi è fatale per qualsiasi artista che viva in un periodo storico. Tutto sta poi nel vedere come tu ti sviluppi, come sai liberarti da queste influenze e come ne maturi, ma sarebbe impensabile non subire delle influenze. Subire un’influenza significa anche assorbire il rapporto con una data persona che tu stimi, è anche un modo di compenetrarsi con questa persona.

Quali erano i rapporti tra Savinio e il fratello?
Innanzitutto bisogna dire che erano rapporti di grandissi­ma stima reciproca; è difficile trovare due artisti che si stimassero di più l’un l’altro, anche perché tutto il periodo della formazione in Germania -a Monaco mi pare -è avvenuto quando loro convivevano.

Non c’era da parte di Savinio un lieve senso di inferiorità o un ‘invidia nei confronti del fratello?
No, perché allora lui non dipingeva, lui era musicista; seguiva i corsi di Max Reger, la sua attività di allora era quella del musicista.
Io credo che molti più di me sappiano della sua formazione di quel tempo, ma certamente mentre l’uno si dedicava al disegno e alla pittura l’altro si dedicava alla musica; contemporaneamente, però, in Savinio si stava sviluppando anche tutta la ricerca letteraria.
Molta dell’opera letteraria saviniana di quel periodo ha influito enormemente sul fratello De Chirico, per cui è ancora da stabilire chi dei due sia stato il primo ad aver lanciato la pietra nelle acque metafisiche, o almeno si sono talmente completati che uno ha portato avanti l’altro. È evidente che in pittura Savinio arrivò più tardi, anzi, ci sono delle lettere che De Chirico scrisse a Savinio dicendo: “Ho mostrato i tuoi quadri o quadretti che mi hai inviato e devo dire che sono molto buoni”. Gli diede anche dei consigli su come si dovevano adoperare certi colori e su come non se ne dovevano adoperare altri, e mostrò i lavori del fratello ad alcuni mercanti… De Chirico diede un incoraggiame:µto molto importante alla pittura di suo fratello e infatti proprio a Parigi, grazie a De Chirico, incomincia l’attività pittorica di Savinio.

Parliamo adesso di questo libro che è uscito di nuovo, per la prima volta dal dopoguerra, cioè Ascolto il tuo cuore, città.
È uno dei suoi libri più belli e io sono stato felice per due cose: innanzitutto perché lo ha ripubblicato Adelphi, che è la casa editrice più adatta all’opera omnia di Savinio, per tante ragioni: intanto per la bellezza delle edizioni e poi per la scelta dell’indirizzo.
La seconda cosa della quale sono felice è che questo libro (ricomparso in versione francese, un anno e mezzo o due fa), è un libro nel quale io accompagno Savinio in questo suo tour milanese -si facevano insieme dei giri per la città, perché lui scriveva articoli e aveva in mente di fare il volume su Milano -il fatto che sia rimasto per tanti anni nell’oblio a me è molto dispiaciuto, anche perché è proprio in quel volume che c’è la dimostrazione della mia amicizia nei suoi riguardi, che era contraccambiata. Cioè, dal libro emerge la nostra amicizia che -volendo -si percepisce anche da quella sua presentazione fatta alle mie litografie; ma quella era una cosa a parte, non era un grosso volume; qui invece c’è questo Fabrizio che compare qua e là nel libro e lui spiega chi è: non è un’invenzione di gusto sthendalia­no, è proprio un amico, che gira con lui e lo accompagna.

Tu poi conoscevi Milano meglio di lui?
Io allora vivevo a Milano perché facevo il servizio militare e lo accompagnavo durante le mie libere uscite, magari ero in divisa.

Che cosa ricordi di quelle giornate? Avevate un ‘assidui­tà, degli appuntamenti particolari, ogni giorno gli stessi?
No, perché lui non stava a Milano, lui stava a Roma e veniva a Milano o per incontrarsi con il suo editore, Bompiani, o per organizzare un’esposizione o uno spettaco­lo per la Scala, quindi erano delle visite sporadiche e durante queste visite noi ci si accompagnava molto spesso e ci si vedeva molto in casa di suo cognato, Gino Galletti.

In un grattacielo?
No, nel cosiddetto “grattacielo”, di cui parli, si trovava la casa dell’avvocato Odorico Dal Fabro, dove andammo insieme una sera a cena; e Savinio poi descrisse la loquacità della padrona di casa, lo stile della casa … Savinio abitava, se non erro, in casa di suo cognato, in casa di Delia e di Gino Galletti; Delia era una sorella di sua moglie Maria.

Non hai una foto di quel periodo?
Io non ho nemmeno una foto insieme a Savinio.

E la storia del ritratto che ti fece, come nacque?
Fu dopo, a Roma, nel 1944 o all’inizio del 1945, cioè quando io – dopo la caduta del fascismo, dopo la fuga da Milano, dopo essere rimasto nascosto in Brianza insieme ai miei fratelli (tutti e tre eravamo militari, ma dopo 1’8 settembre eravamo scappati e ci eravamo nascosti in casa di mia madre) -dopo nove mesi, senza più una lira, dovetti trovare assolutamente il modo di trovare un lavoro. Quindi io, grazie a Mazzocchi e alla “Domus”, riuscii ad avere un acconto per fare un libro sull’architettura fantastica e partii in corriera per Firenze per raccogliere materiale e lì fui bloccato dal passaggio del fronte… poi venni a Roma -era la fine del 1944 e mi affittai con Savinio; proprio vicinissimo alla sua casa trovai una camera ammobiliata … disegnavo in questa stanzetta e andavo a trovarlo tutti i giorni; proprio in quella via dei Martiri Fascisti che divenne Bruno Buozzi. Lui ora si era trasferito al pianterreno e ci si incontrava spesso, andavo a pranzo da loro e si pranzava in un modo molto semplice, perché loro facevano una vita molto, molto semplice. Ci sono ancora dei bigliettini che lui mi scriveva ad esempio per dirmi “domani sera ci troviamo a cena a casa di Leda Mastrocinque; ho già pensato io a mandare un fiasco a nome tuo” -perché allora non c’era niente e bisognava arrangiarsi.
L’avere ritrovato questa piccola documenta­zione, questo piccolo epistolario, tutti questi biglietti che lui mi indirizzava è stato un vero miracolo; perché purtrop­po tutta la corrispondenza di allora rimase in un mobile andato disperso. Per cui tutta la corrispondenza con Bontempelli, Giò Ponti e una lunga lettera -a me carissi­ma – di Gadda, è andata perduta; però miracolosamente questo fascicolo di Savinio è stato ritrovato, chissà come, e per me è stata la cosa più toccante l’aver ritrovato questi fogliettini, in cui ci sono tante piccole annotazioni che un giorno andranno poi riordinate.

E quindi in uno di quei giorni decise di/arti il ritratto?
Quando io lo andavo a trovare lui magari mi diceva: “Non ti dispiace aspettare, perché devo finire un articolo” … e allora continuava a scrivere a macchina e poi – magari io stavo sfogliando un libro o stavo guardando qualche cosa mentre finiva di scrivere -entrava suo figlio Ruggero e gli portava un disegnino da vedere. Entrava questo ragazzino e allora lui diceva: “Guarda un po’ cosa fa Ruggero” e mi passava il disegno di Ruggero. “Mica male, comincia bene!” -diceva – e poi Ruggero scompariva e lui finiva il suo articolo e tante volte si metteva a suonare il pianoforte, in quella piccola stanza da letto tutto, dove c’era tutto il suo mondo, il suo letto, il suo scrittoio, una sua libreria, non ti dico combinata con quali legnami, il suo cavallettino, la macchina da scrivere, il pianoforte di fianco al sommier, tutto in uno spazio così ridotto che camminare era proprio come muoversi in un labirinto … e allora ogni tanto lui diceva: “Adesso ti voglio far sentire una mia musica”.
Sentire suonare Savinio era una delle cose più preoccupan­ti, perché quell’uomo così gentile, così amabile, così colto, così delizioso nella conversazione, davanti al pianoforte si investiva di una carica e di una violenza estreme … la pagina scritta da Apollinaire su questo argomento è adatta a descriverlo.
Infatti io rimasi più di una volta, in questa sua stanza di Roma, sconvolto dalla violenza insospettabile che scaturi­va da quest’uomo nell’esecuzione dei suoi pezzi.
Era come se li stesse partorendo in quel momento, era come in una specie di orgasmo creativo; era come se avessi assistito a qualcosa di profondamente segreto e quasi sessuale, perché c’era tra lui e il pianoforte come una lotta, come se egli volesse dominare questo strumento per fargli emettere tutta la sonorità che lui voleva.
Un’altra cosa strana erano le dita di Savinio, queste dita leggermente spatolate; avevano un po’ la forma delle zampe delle rane, la punta era leggermente appiattita, come quella dei batraci; forse era dovuto anche alla violenza di questo perpetuo battere i tasti – molto impres­sionante – e io mi sono sempre immaginato che il suo pianoforte andasse ogni tanto riparato, perché la violenza con la quale suonava era tale … 

Ma Apollinaire si riferiva a Savinio?
Certo, Apollinaire dice: “Questo è un giovane musicista che distruggerà ogni strumento che si troverà tra le mani, perché io ho assistito a come diventa uno strumento nelle sue mani” … è una pagina molto bella.
E anche Savinio scrisse dei testi su Apollinaire, che io ho poi ripubblicato in quel Bestiario che ho fatto – se non sbaglio era in Narrate, uomini, la vostra storia che c’erano i testi su Apollinaire; e lì c’era anche un riferimento a questi concerti; e poi vi è anche Cocteau che parla di Apollinaire, che parla di Savinio.

Savinio era un grande conversatore?
Poteva anche avere dei mutismi… le serate potevano anche essere tragiche, perché se in una sala c’era qualcuno che non gli andava a genio non c’era verso di fargli aprire bocca; nell’intimità, però, la mia presenza non gli creava alcun problema; io gli ponevo delle domande e lui mi rispondeva; io lo stavo a sentire, e devo dire che sono sempre rimasto illuminato dal modo in cui rispondeva. Si parlava molto passeggiando …
Tu conosci quel suo scritto che si chiama Il bastone?
Te lo farò leggere! Il bastone è un racconto di Savinio che fu pubblicato da Franco Maria Ricci in quel libro di cui Sciascia scrisse la prefazione.
Una cosa strana – che io ho sempre considerato un “lato orientale” di Savinio – e di cui nessuno parla, è il fatto che ogni volta che Savinio cominciava a parlare prendeva un pezzettino di carta e, inumidendo l’indice e il pollice, lo arrotolava e lo faceva diventare come un piccolo papiro e continuava sempre ad arrotolarlo; ne ho parlato anche con Ruggero, ma nessuno ha mai parlato di questo strano bisogno che lui aveva di arrotolare fra le dita questo frammento di carta, che diventava un piccolo perno.
Se ci pensi bene questo modo di tenere occupate le mani è un fatto orientale, loro lo fanno con quelle specie di rosari, tenendo sempre quelle catene di ambra tra le dita … Bisognerebbe interrogare le persone di famiglia per sapere in che momento lui ha cominciato …

Probabilmente da ragazzo …
No, io credo invece che forse lui abbia cominciato il giorno in cui smise di fumare … sempre che fumasse, perché non mi ricordo di averlo mai visto fumare.
Io ne ho parlato con Ruggero, che mi ha detto a questo proposito che poteva essere anche una forma di nevrosi, che sostituiva la nevrosi gestuale della sigaretta.

Savinio non era mai litigioso o iracondo? Non serbava rancori? Perché ci sono brani abbastanza polemici nei suoi libri, per esempio nei confronti di Roberto Longhi …
A proposito di Roberto Longhi devo dire che una sera – ero a cena da Savinio e lui non era ancora rincasato, io ero arrivato prima – eravamo seduti in una piccola saletta adiacente alla camera da letto di Maria, quando entrò Savinio molto contrariato, direi quasi sconvolto, per un articolo di Roberto Longhi in cui si parlava di fascismo, in cui lui veniva nominato come se avesse approfittato del fascismo.
Allora io gli dissi: “Tu a questo devi rispondere, devi prendere una posizione; non puoi lasciare uscire un articolo come questo e non fare nulla”.
Ricordo che ne parlai con Briganti, il quale mi disse anche su quale giornale era comparso … Andrebbe ritrovato … se tu ben ricordi, nella prefazione di Zeri al mio catalogo ferrarese si parla di un attacco di Longhi contro Savinio, perché Longhi l’aveva a morte con i due fratelli De Chirico …

Per ragioni misteriose?
No, è che c’erano dei clan … i due fratelli, questi due meravigliosi esseri, che hanno aperto delle straordinarie strade della cultura, della pittura, non erano amati in Italia da quei clan imperanti, che erano tutti legati tra di loro … c’è un quadro di Bartoli, che rappresenta la terza saletta di Aragno, dove vedi tutta la cosiddetta “intellighenzia” italiana … né De Chirico né Savinio sarebbero mai stati presenti a quella tavolata.
Chi aveva una grande stima di Savinio era Longanesi, questo piccolo mostro di intelligenza, unico; quando creò “Omnibus” una delle colonne del suo giornale fu proprio Savinio; lui era uno scopritore di talenti, anche se in questo caso non c’era niente da scoprire … i migliori nomi di allora erano presenti nel suo giornale; Savinio aperse “Omnibus” con un articolo su Cavallotti e poi lo chiuse con quello famoso su Leopardi e su Napoli.

Come hai appreso della morte di Savinio?
Ero a Parigi ed ero ospite da Stanislao Lepri … avevo una mostra a Parigi, che era aperta da due mesi … ebbi la notizia da Leonor Fini e fui preso da un colpo terribile, quanto più grave per il fatto che non potevo tornare a Roma, perché ero lì con pochissimi soldi… ero lì in attesa. Una cosa che tu sai benissimo era la stima tra i due fratelli. e De Chirico andò nel Foro Romano, prese del lauro e lo pose sulla testa di suo fratello quando andò a visitarlo.

Lo sai che cosa raccontava Elsa Morante nella sua interpretazione della morte di Savinio? Diceva che era morto di gioia: infatti lui teneva tanto a mettere in scena una sua opera lirica; finalmente ci riuscì e la notte era talmente felice che morì di gioia.
Io ti ho dato Alle cinque da Savinio? Lì c’è un dettaglio che neppure Ruggero mi ha confermato come autentico e cioè che la notte in cui Savinio si sentì male chiuse la porta tra la sua stanza e quella di sua moglie: così lui è morto da solo, per non disturbare Maria. Era un uomo di grande pudore, di pudore assoluto; io non gli ho mai sentito dire una frase licenziosa!

Nel ricordo di Maria, dedico queste righe ad Angelica e Ruggero.

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Luca Coppola, Clerici ricorda Savinio. Intervista a Fabrizio Clerici, in Alberto Savinio dipinti e disegni 1929-1951, catalogo della mostra, a cura di L. Cammarella Falsitta, Milano, Electa 1988.